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Vincenzo Pinto, uno dei massimi studiosi italiani del sionismo, ha recensito il libro.

5 marzo 2012

[http://www.freeebrei.com/home/recensioni/novit/lasse-roma-berlino-tel-aviv]

Andrea Giacobazzi, L’Asse Roma-Berlino-Tel Aviv

di Vincenzo Pinto


Il saggio di Andrea Giacobazzi, giovane storico reggiano, sintetizza un interrogativo etico-politico che circola da decenni tra la propaganda anti-israeliana e quella antisemita, trovando scarsa eco tra la stampa maggioritaria. Il titolo, politicamente scorretto, cerca di analizzare gli intricati rapporti tra organizzazioni ebraiche, sionismi e governi nazionalfascisti nel periodo interbellico.  Non intende, però, limitarsi alle forme di collaborazionismo più o meno volontario, ma ha l’ardire di parlare di “adesioni a principi ed orientamenti molto radicati nella cultura ebraica”. In particolare, l’A. parla di “ossessione del sangue” quale pietra di paragone tra sionisti, alcuni ebrei religiosi e nazionalsocialisti (p. 6). Si tratta, a suo modo, di una provocazione, che però chiarisce assai bene la tesi di fondo dell’A.: il sionismo non solo è il frutto moderno dell’ebraismo, ma ne è anche la sua faccia più “ingenua” e veritiera.

Il volume è suddiviso in tre grandi capitoli incastonati secondo scatole cinesi: origini ed evoluzione del sionismo, i rapporti con l’Italia fascista e quelli con la Germania nazionalsocialista. Il primo affronta la nascita del sionismo, partendo dalla figura di Max Nordau, per poi terminare con quella di Vladimir Ze’ev Jabotinsky e  dei suoi seguaci più estremisti (Abba Achimeir e Avraham Stern). L’A. sottolinea più volte la difficile convivenza interna all’ebraismo fra assimilazionisti e sionisti, non solo perché questi ne mettevano a repentaglio l’assimilazione e l’integrazione, ma anche perché ne costituivano la faccia “sporca”. Dopo la fine del “ghetto” e l’indebolimento dei legami religiosi si rendeva necessaria una nuova entità che salvaguardasse la purezza della “razza ebraica”. La nuova entità, per i sionisti, non poteva che essere lo Stato ebraico.

Il secondo capitolo si sofferma più specificamente sui rapporti tra l’Italia fascista e l’ebraismo. Anche in questo caso, l’A. parte sostenendo la tesi di una generale compiacenza e vicinanza al regime mussoliniano da parte di quasi tutta la comunità ebraica italiana (sino alle leggi del 1938), per poi spostarsi sui rapporti con il sionismo internazionale e locale. Particolare importanza è data ai rapporti con il revisionismo sionista italiano, nelle figure di Isacco Sciaky e di Zvi Kolitz. L’A. sottolinea proprio come non si possa parlare di semplice Realpolitik, ma di adesione convinta e sincera al disegno fascista.

Il terzo capitolo si sposta sui rapporti con la Germania nazionalsocialista. Dopo una debita premessa circa l’estraneità del cristianesimo all’ideologia nazista del sangue, l’A. torna a sottolineare la contiguità tra quella e una parte del giudaismo religioso, entrambi figli di un particolarismo “votato all’autoisolamento” (p. 143). Il capitolo segue il canovaccio dei precedenti: parte analizzando l’essenza dell’ideologia e della politica nazionalsocialiste; si sofferma sui rapporti tra sionismo e nazismo (in particolare sull’accordo Ha’avara del 1933); chiude con alcuni casi di collaborazione stretta (Georg Kareski, Kadmi-Cohen e il Lehi). Citando anche in questo caso una serie di fonti documentarie e a stampa, l’A. osserva la profonda consonanza spirituale e politica tra alcune frange del sionismo e il regime hitleriano.

A conclusione della sua rassegna storiografica, l’A. cerca di smussare gli angoli della sua teoria “molti lati dell’ebraismo – e ancor più del sionismo – si prestarono ad essere facile terreno per simpatie o utili scambi con i regimi fascista e nazionalsocialista” (p. 229).

Il giovane autore, che si definisce un devoto del “Sacro Cuore“, ha avuto il merito di offrire ai lettori italiani una sintesi aggiornata su un tema scabroso come le vicinanze politiche tra i regimi totalitari di destra e alcune frange dell’ebraismo. Contrariamente a studiosi più anziani di lui (membri dell’establishment universitario e mediatico), ha avuto il coraggio di non ricondurre le vicende dell’ebraismo italiano alle leggi razziali e alla persecuzione successiva, ma di considerare “sine ira ac studio” le affinità spirituali tra quelle che – a suo giudizio – sono due forme contigue di paganesimo. L’afflato religioso impresso dall’A., umanamente comprensibile, ha finito però per dare minor linfa e vigore a un lavoro storiografico che, proprio perché politicamente scorretto, avrebbe potuto affrontare meglio la tesi della contiguità tra una certa interpretazione del giudaismo religioso e il nazionalsocialismo, non dimenticando anche le frange – indubbiamente esistenti – di cristiani che aderirono volontariamente all’ideologia fascista o a quella nazista. Che ne è di questi “figli di un dio minore”? Che ne è del distinguo tra “preservazione della razza” (comune a tutte le forme di particolarismo religioso) e “distruzione della razza” (attuato dal moderno genocidio nazista)?

***

Sebbene sollevi alcune obiezioni, pubblico molto volentieri questa recensione. Sia per l’autorevolezza di chi la scrive sia per l’accuratezza dimostrata nella lettura del libro. Ogni recensione è necessariamente una critica: è quindi normale che l’autore non vi si ritrovi mai completamente. In ogni caso, finalmente, siamo di fronte ad un’analisi ponderata e basata sul saggio.

Vincenzo Pinto ha scritto decine di pubblicazioni tra articoli, curatele e monografie su ebraismo e sionismo. Per un elenco sintetico delle curatele e delle monografie cliccare qui.

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  1. 6 marzo 2012 10:32

    Reblogged this on Il fez e la kippah.

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