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Non solo Jüdische Rundschau (periodico sionista nella Germania nazionalsocialista)

30 settembre 2011

Parlare di un periodico sionista negli anni del Terzo Reich non è cosa semplice. In alcuni passaggi del libro ne abbiamo fatto cenno e vorremmo dire ora qualcosa in più.

Della Jüdische Rundschau parlerà Hannah Arendt nel suo “La banalità del male, Eichmann a Gerusalemme” e riferirà:  Non abbiamo statistiche affidabili in proposito, tuttavia è stato calcolato che la tiratura del settimanale sionista Die Judische Rundschau salì nei primi mesi del regime hitleriano da circa cinque-settemila copie a quasi quarantamila.

Altri dati descrivono un aumento da 15.000 copie del 1931 a 37.000 del 1934 (Lexikon des Judentums, Gütersloh 1971, Sp. 897/898). In ogni caso un incremento significativo determinato dall’arrivo al potere di Hitler.

Se è vero che vi furono occasioni in cui il periodico criticò atti ed espressioni della dirigenza nazionalsocialista con la conseguente sospensione di diversi numeri  (il caso più celebre è la contestazione di un discorso fortemente antiebraico di Goebbels che valse la censura di alcune edizioni) è sicuramente più interessante notare come la linea della Jüdische Rundschau fosse spesso idelogicamente complementare a quella dello Stato hilteriano.

Dopo l’emanazione della legislazione antiebraica il periodico pubblicò una dichiarazione di A.I. Brandt, capo di una agenzia di stampa nazionalsocialista, il quale informava, in modo senza dubbio singolare, che tali disposizioni
erano:  allo stesso tempo benefiche e rigenerative per l’ebraismo in quanto tale. Dando all’ebraismo l’opportunità di condurre la sua propria vita e assicurando il supporto governativo per la sua esistenza indipendente, la Germania sta aiutando il giudaismo a rafforzare il suo carattere nazionale e sta dando il suo contributo in direzione del miglioramento delle relazioni tra i due popoli.

Boris Smolar, corrispendente-capo europeo della “Jewish Telegraphic Agency” rimase indignato dalle espressioni e dall’asserviemento della Jüdische Rundschau ed esprimerà le sue opinioni sulThe Daily Bulletinl’8 marzo 1935:  È stato sottolineato più di una volta che questo organo, pur esprimendo il punto di vista dei sionisti in Germania, agisce contro gli interessi generali della popolazione ebraica del Reich e contro la politica dell’ebraismo mondiale verso il regime nazista. […]

Semplicemente riducendo le richieste di autonomia culturale ebraica piuttosto che pretendere pieni diritti per l’ebraismo tedesco, il giornale sionista è veramente d’accordo con la limitazione degli ebrei tedeschi ad una vita da ghetto […].

Si può capire che un giornale ebraico che viene pubblicato in Germania non possa sostenere una posizione che affronti pienamente le richieste dell’ ebraismo mondiale per quanto riguarda il completo ripristino dei diritti degli ebrei. Questo, tuttavia, non giustifica alcun organo ufficiale ad esporsi e praticamente ad accettare i limiti antiebraici che esistono in Germania. Questo è esattamente ciò che ha fatto la Jüdische Rundschau.

I sionisti sicuramente erano trattati in molte circostanze in modo severo e restrittivo (non è un mistero che, ad esempio, dal 1935 non fosse ammesso – salvo alcune eccezioni – l’ingresso di emissari sionisti-laburisti in Germania) è però altrettanto vero che essi godevano – seppur non per spirito di carità ma per convenienza contingente – di vantaggi e concessioni totalmente estranei ad altre realtà. Fu ad esempio concesso ai boy scouts  e ad altri gruppi  giovanili sionisti di portare uniformi (concessione negata per i gruppi di giovani cattolici, nonostante il Concordato).

Come ricorda Ratier nel suo “I guerrieri d’Israele”:  il 13 aprile 1935 la polizia bavarese, vero e proprio feudo di Himmler e di Heydrich, autorizzava eccezionalmente i membri di uno di quei movimenti ad indossare l’uniforme: “Non c’è nessuna ragione di ostacolare con misure amministrative l’attività sionista in Germania, perché il sionismo non è in contraddizione con il programma del nazional-socialismo” avevano scritto i dirigenti sionisti al Ministero degli Interni. Il Brith Haschomrim e l’Herzlia-Betar furono quindi le due sole organizzazioni ebraiche ufficialmente autorizzate a indossare le loro uniformi (camicia bruna, pantaloni, spalline e mostrine, berretto, cinturone, ecc.).

Parlando di facilitazioni e tornando in chiusura al periodico Jüdische Rundschau va ricordato che, nonostante le sospensioni affrontate, godette di alcuni importanti “privilegi”.  M. R. Ali, nel suo “Echo of Wars” conferma tra le altre cose che dopo l’incendio del Reichstag circa seicento giornali e periodici furono censurati. La Jüdische Rundschau, la cui distribuzione era quadruplicata nel 1933, non fu toccata.

La Jüdische Rundschau fu soppressa insieme con la federazione sionistica tedesca nel 1938.

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  1. 14 giugno 2012 13:52

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