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“Dove le autorità non lo confinavano in un ghetto, là egli si erigeva da sé il suo ghetto”

29 marzo 2011

The farmer and the Wailing Wall on this flier, which depict the Zionist leaders Max Nordau, Theodor Herzl, and Prof. Mandelstamm, represent the “Zionist Dream”

Il ghetto? Uno sguardo sionista.

[Dal capitolo 1 de “L’Asse Roma Berlino Tel Aviv]

Il sionista Max Nordau, il cui “nazionalismo” come vedremo avrà molti tratti
sovrapponibili al futuro revisionismo jabotinskyano, parlando di storia giudaica,
affermerà:

Dove le autorità non lo confinavano in un ghetto, là egli si erigeva da sé il suo
ghetto.Voleva stare con i suoi e non avere cogli abitanti cristiani altri rapporti
che quelli del traffico. Nella parola “ghetto” risuonano alcune lievi sfumature
di vergogna e di umiliazione. Ma l’etnologo e lo storico dei costumi riconoscono
che il ghetto, qualunque fosse l’intenzione dei popoli che lo
istituirono, non era sentito dagli ebrei del passato come una prigione ma
come un luogo di rifugio. […] Nel ghetto l’ebreo aveva il suo mondo, la sua
casa sicura che aveva per lui il significato spirituale e morale d’una patria.

dirà inoltre:

Tutti i costumi e le abitudini ebraiche perseguivano inconsciamente una
meta sola, quella di conservare l’ebraismo, mediante la separazione dai popoli,
di curare la comunità ebraica, di tenere sempre presente al singolo
ebreo ch’egli si sarebbe perduto e sarebbe stato sommerso se avesse rinunciato
al suo carattere particolare.

La rottura “assimilazionista” di una parte dell’ebraismo col ghetto sarà così
polemicamente descritta dal leader sionista: «In una specie di ebbrezza l’ebreo si
affrettò subito a rompere tutti i ponti dietro di sé. Egli aveva ora un’altra patria;
non aveva più bisogno del ghetto; aveva altre relazioni e non aveva più bisogno di
rimaner legato ai suoi correligionari». Sionismo come nostalgia del ghetto?
Max Nordau a questa domanda risponde:

Segregazione nei ghetti? Ci si perdoni se alziamo semplicemente le spalle
dinanzi a questa formulazione puerile. Le anime libere apprezzano il sentimento
che suggerisce al britannico quella sua orgogliosa parola: “My house
is my castle”. Chi non teme il ridicolo, continui pure a chiamare nostalgia del
ghetto il nostro ardente desiderio di una casa che sia nostra e sia costruita da
noi.

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